Ci sono esperienze che, più di altre, lasciano un segno profondo e ci spingono a rimettere in discussione il nostro modo di lavorare. Una di queste è stata la partecipazione a Supernova, un progetto europeo molto sfidante, nel quale il nostro sistema Antares si è trovato al centro, punto di incontro e di dialogo tra realtà molto diverse per dimensioni e ambiti di attività.

Ognuna portava con sé un patrimonio di dati unico e prezioso, e attorno ad Antares si è costruita la possibilità di farli parlare, di generare un linguaggio comune.

Durante i vari incontri mi tornava spesso alla mente la storia dei ricci di Schopenhauer: avvicinarsi per scaldarsi, ma non troppo per non pungersi. Anche noi, insieme ai partner, cercavamo quella distanza giusta: abbastanza vicini da generare valore, abbastanza autonomi da preservare ciò che appartiene a ciascuno.

I dati come capitale

Negli ultimi anni è emersa con chiarezza una verità: i dati sono diventati il nuovo capitale.

L’intelligenza artificiale ha cambiato in modo radicale il rapporto tra cliente e fornitore. Se un tempo il fornitore metteva a disposizione il software (le funzioni) e il cliente si limitava a utilizzarlo, oggi la dinamica è diversa: oggi le nuove funzioni escono anche grazie all’addestramento degli algoritmi, è il cliente stesso a contribuire alla creazione di nuove funzioni e, di fatto, a generare valore. Un valore che in passato restava prevalentemente nelle mani del fornitore.

Ogni cliente porta con sé dataset che raccontano processi, scelte, abitudini organizzative: storie che nessun altro può replicare. Questo patrimonio informativo rappresenta un valore enorme per ogni singola azienda, anche se spesso resta in parte potenziale: mancano i volumi necessari o gli strumenti adeguati per analizzarli fino in fondo. Cederlo significa permettere ad altri di raccoglierne i benefici, talvolta in misura maggiore rispetto a chi lo ha generato.

Collaborare senza rinunciare

Il punto è che, per addestrare algoritmi di intelligenza artificiale, i dati di una sola organizzazione spesso non bastano. Serve massa critica, ma anche varietà. I piccoli attori offrono diversità, i grandi portano volumi: entrambi sono indispensabili. La sfida è costruire forme di collaborazione in cui nessuno debba rinunciare al controllo sul proprio patrimonio informativo. In altre parole, un equilibrio tra condivisione e riservatezza.

Federated learning: una risposta concreta

È in questo contesto che il federated learning si è rivelato la strada più promettente. Invece di spostare i dati in un grande contenitore centrale, ogni organizzazione allena localmente il modello e condivide soltanto gli aggiornamenti. Tecnicamente si tratta dei parametri di addestramento, i cosiddetti gradienti, che descrivono come il modello si modifica man mano che “impara” dai dati.

Questi gradienti vengono poi inviati a un nodo di aggregazione che, tramite algoritmi come la federated averaging, li combina in modo da generare un modello globale progressivamente più accurato

In questo modo, la conoscenza estratta dai dati si muove, mentre i dati restano dove sono: un principio semplice, che però cambia radicalmente le logiche di cooperazione.

I vantaggi sono molteplici. La privacy è rispettata, perché i dati non lasciano i sistemi originali. La competitività è protetta, perché nessuno deve esporre informazioni sensibili a un concorrente. La sicurezza migliora, perché non esiste un unico contenitore centrale da difendere a tutti i costi. E, soprattutto, si rende possibile una collaborazione che trasforma patrimoni informativi frammentati in un’intelligenza condivisa.

Universal mapper: portare la teoria nella pratica

Per portare il concetto dalla teoria alla pratica serviva però qualcosa che ancora mancava. Il federated learning da solo non bastava: è come avere tante persone che parlano lingue diverse e volerle mettere attorno allo stesso tavolo. Se ognuna usa solo la propria lingua, il dialogo non decolla. Serviva un traduttore, un linguaggio comune capace di far incontrare dataset diversi senza costringerli a lasciare le loro sedi.

Così è nato l’universal mapper. In parole semplici,

è uno strumento che non raccoglie i dati, ma le relazioni tra i dati. Funziona come una mappa che stabilisce equivalenze e corrispondenze: questo campo di un dataset significa la stessa cosa di quel campo in un altro.

Non sposta nulla, non centralizza nulla, ma crea i legami giusti perché sistemi diversi possano comprendersi.

E non solo: tutti gli elementi essenziali vengono ricondotti a uno stesso nome condiviso, una sorta di vocabolario comune. In questo modo il dialogo tra dataset non è statico ma vivo, capace di adattarsi e crescere insieme a chi lo utilizza.

Abbiamo scelto di rendere il nostro universal mapper disponibile in formato open source, perché fosse davvero un abilitatore e non un vincolo. L’universal mapper definisce standard semantici e gestisce le corrispondenze tra dataset differenti, rendendo i dati interoperabili senza costringerli a migrare. In questo modo diventa possibile costruire un federated learning realmente operativo, capace di mettere in dialogo soggetti diversi senza sacrificare la loro autonomia.

Valore condiviso

Questa architettura apre anche a nuove logiche economiche, basate sull’effettivo contributo di addestramento che ciascuna organizzazione fornisce. Non è più necessario cedere i dati: le aziende possono valorizzare la propria capacità di allenare i modelli, trasformando questo processo in un ritorno concreto.

Il valore si genera nell’interazione tra modelli locali e modello globale, e si redistribuisce ai partecipanti sotto forma di insight, servizi o accesso privilegiato ai risultati. Ciò che conta, soprattutto, è che ogni attore mantiene il pieno controllo su ciò che condivide: non i dati grezzi, che potrebbero essere riutilizzati per scopi non dichiarati, ma esclusivamente i parametri derivati dall’addestramento, in un quadro di trasparenza e fiducia reciproca.

Torno alla metafora dei ricci. Nel nostro lavoro quotidiano vediamo continuamente queste dinamiche: aziende, clienti, fornitori e persino concorrenti che potrebbero condividere dati per creare un valore enorme, ma spesso non lo fanno per timore di esporsi troppo o perché non hanno ancora gli strumenti adeguati. L’universal mapper e il federated learning aiutano a trovare questa distanza giusta: vicini abbastanza per generare valore, distinti abbastanza per rimanere sicuri.

Non è un modello perfetto: richiede fiducia, accordi commerciali chiari, una governance attenta e continui aggiustamenti. Ma è un inizio. Un modo concreto per costruire un’economia dei dati più equa, più sicura, più produttiva.

William Nicolussi, CEO di Saidea

William Nicolussi, Fondatore e CEO di Saidea parla al microfono.